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Cinema
Shame - La recensione
di Isabella Noseda

Temevamo di uscire dalla sala con gli occhi irritati da un nudo estetico ostentato e un bastimento carico carico di sesso che fa incassi, invece dalla prima inquadratura sembra di essere in ospedale.
Un ospedale costruito da un architetto alla moda ma pur sempre un ospedale.
E meno male, c’e odore di anestetico dappertutto.
Guardare ma non toccare.
Autoerotismo che di erotico non ha nemmeno il ricordo.
Autolesionismo che cerca di coprire il dolore con altro dolore e scrive sul corpo la difficoltà di adeguarsi in modo sano nella realtà.
Tutto è asettico, via l’anima o come la si vuole chiamare resta solo il corpo che diventa il tempio del sacro nulla.
La celebrazione visiva del niente è accompagnata dalle note di Bach che ne scandisce la reiterazione.
Le Godberg variations cullano l’horror vacui come il Ludovico Van allietava le evoluzioni ginniche di Alex De Large e come Gato Barbieri dettava il passo della marcia funebre che fu Ultimo Tango a Parigi.
Il vaso di pandora si scoperchia con l’arrivo di Sissy che diventa lo specchio della voragine che Brandon incarna.
Più che la dipendenza di Brandon, nel film incanta la descrizione dell’equilibrio precario del rapporto tra i fratelli, raccontato con tutta la difficoltà di confrontarsi che chi è fratello conosce bene.
Si è entrambi superstiti della famiglia, delle radici, del dolore, ma si sopravvive in modo diverso.
Siamo conseguenze in carne ed ossa, e passiamo la vita a salvarci vicendevolmente.
La reazione dipende dalla sensibilità del singolo, “it’s up to you”, canta Sissy, e Brandon piange perché sa di sfuggire la responsabilità di affrontare un trauma e costruire un equilibrio.
C’è una macchia antica che sporca le vite dei protagonisti, la loro relazione è descritta nella scena di un litigio (di spalle) di questi due adulti-bambini, di fronte allo schermo sfuocato della televisione sintonizzata sui cartoni animati.
La sintesi è tutta qui; lo dice un messaggio della segreteria telefonica di un telefono che non risponde mai: “Non siamo cattive persone, è solo che veniamo da un brutto posto”.
Le cose più belle del film non le vediamo perché gli attori ci danno le spalle, ci ostacolano come un muro da scavalcare, ci costringono a percepire il disagio dell’incomunicabilità.
Inquadrature che non permettono all’occhio di “toccare”, di “accedere” alla situazione.
Il protagonista è una camera sterile.
Entra nei corpi senza attraversarli, per evitare l’ansia da prestazione che implica la penetrazione dell’altro come individuo - esploratore di te da esplorare, e che lo paralizza.
La dipendenza dal sesso è una strada che gli permette di correre dritto senza guardare indietro e senza fermarsi, nascosto in un adesso che non ha evoluzione.
Vergogna: è l'emozione che accompagna l’auto-valutazione di un fallimento globale nel rispetto delle regole, scopi o modelli di condotta condivisi con gli altri; da una parte è un’emozione negativa che coinvolge l’intero individuo rispetto alla propria inadeguatezza, dall’altra è il rendersi conto di aver fatto qualcosa per cui possiamo essere considerati dagli altri in maniera totalmente opposta da quello che avremmo desiderato.
Sentire qualcosa, qualunque cosa ma sentire, percepire, essere toccati, colpiti, feriti; purché ci si salvi dall’indifferenza.
E’ cosa buona e giusta vergognarsi, almeno una volta ogni tanto.
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