Dal Libro: Il dilemma dell'onnivoro
di Claudia Mauri

Michael Pollan ci fa alzare dalla tavola, ci fa uscire dal ristorante, fast food o supermercato, per andare a toccare con mano cosa mangiamo. Un libro che lascia a bocca aperta.
Forse è un libro/inchiesta sulle multinazionali dell'industria alimentare. No. Allora è un'apologia del biologico e della sostenibilità. Nemmeno. È una fotografia catastrofista sull'irreparabilità degli eccessi della globalizzazione. No, no, assolutamente.
Il libro di Pollan è molte cose, e la prima che vorrei sottolineare è: divertente.
È divertente, e curioso, perchè sposta il lettore dal suo posto di consumatore, o commensale, e lo accompagna per tutta la filiera alimentare, anzi, per tre filiere: industriale, pastorale e forestale.
Il primo capitolo mette a nudo una scomoda verità, e cioè che l'industria alimentare è totalmente dipendente dal mais.
Per questo, in tutto il mondo le altre specie vegetali, ad esempio le foreste, sono sacrificate a questa coltura. Sempre per questo, tutte le specie animali sono forzate a dipenderne, in via diretta, come alimento, o indiretta.
Purtroppo il mais non è che una parte del problema: abuso di antibiotici, poca igiene, inquinamento delle falde acquifere, vulnerabilità e manipolazione genetica, inutili sofferenze per gli animali... pensate a qualcosa che non vorreste rientrasse nella filiera che va dal quadrupede alla vostra tavola, e sicuramente si è verificata, o meglio, è stata perpetrata.
L'analisi della catena industriale si conclude inevitabilmente da McDonald's, dove Pollan registra la presenza di mais in tutto quello che ha mangiato, e quindi la sua responsabilità per il carbonio prodotto nella lavorazione.
Un esempio: i McNuggets, che ingenuamente nella vostra mente descrivereste come “crocchette di pollo”, sono composti di 38 ingredienti (che?), di cui ben 13 dipendono dal mais: il pollo (alimentato a mais), l'amido di mais che tiene insieme la carne sbriciolata, mono, di e trigliceridi che impediscono ad acqua e grassi di separarsi, destrosio, lecitina, brodo di pollo (perchè il pollo non sa di pollo), farina di mais e amidi per la panatura, altro amido per fare massa, grassi vegetali, olio di mais e acido citrico.
Tutto questo nelle “crocchette”. E molto altro, che impedisce ad esempio all'amido di produrre schiuma durante la friggitura (schiuma? Cosa?), o – questo vi piacerà – il TBHQ, butilidrochinone terziario, antiossidante spruzzato sulla crocchetta o nella scatola per preservare la freschezza, che è letale se assunto nella quantità di 5 grammi. Letale, sì.
Non c'è nessun giudizio morale a questi processi: non ce n'è bisogno.
Il secondo capitolo porta Polland alla Polyface farm, in una fattoria che fa tutto “alla vecchia maniera”. Non significa che utilizzino buoi ed aratro, ma solo che applicano quella rotazione di allevamenti e colture che consente naturalmente al suolo di rigenerarsi, agli animali di crescere come creature viventi e non come promesse di cotolette panate ed ai consumatori di sapere che cosa mangiano, o almeno di potersi permettere di ignorarlo.
Attenzione: questo non significa biologico, o meglio, biologico non significa questo. Biologico significa ben poco, in effetti. Se volete essere consumatori consapevoli dovete fare ben altro che accontentarvi dell'ammiccante scritta bio, magari in verde, sulla vostra confezione di uova.
Ad esempio, Pollan ci racconta di aver preso in un negozio biologico “un pollo con un nome: Rosie, la gallina allevata all'aperto con metodi sostenibili”.
La gallina Rosie in effetti vive per le prime cinque o sei settimane di vita in un capannone e senza potere uscire all'aperto, perchè è selezionata geneticamente per crescere in un ambiente protetto e non ha difese naturali adeguate nell'organismo, ma ha due settimane per mettere fuori il becco prima che le tirino il collo - ma tendenzialmente non esce, perchè l'accesso all'esterno è un piccolo pertugio poco invitante.
Ora, non è confortante sapere che non ha assunto, nel corso di questa vita spensierata, alcun tipo di OGM. Senz'altro Rosie è biologica, ma non è questo che avevamo in mente.
La fattoria che Pollan visita, invece, fa le cose come vanno fatte. E ci spiega tutto: da come le mucche brucano e scelgono l'erba, a come le galline beccano i vermi e puliscono il terreno, a come i residui diventino compost, a come la natura metta a disposizione alternative ai pesticidi e agli antiparassitari che appartengono al suo ciclo, appunto, naturale.
Alla fine del capitolo dci vorresti vivere, nella fattoria, non solo comprarci un paio di bistecche.
Nel terzo capitolo, Pollan ha voluto provare sulla sua pelle cosa significhi procurarsi il cibo: cacciare, macellare, cucinare. Ma anche raccogliere funghi, bacche, preparare il lievito tutto quanto da solo – o quasi, o almeno direttamente, senza mediatori, umani o industriali.
Alle spalle di ogni acquisto c'è una filiera, breve o lunghissima, che a volte non conosciamo. Peccato. Ma il fatto che possiamo scegliere di ignorarla, e lo facciamo, è anche peggio.
Michael Pollan, Il dilemma dell'onnivoro, Adelphi, 29€
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