Blood Story
di Luca Spina

Blood Story è un ottimo horror, nonché il tipico film che non ti lascia la sensazione di aver perso due ore della tua vita per vederlo.
Cosa molto difficile, ultimamente, per il genere cinematografico dei mostri e della paura in generale.
Ma c’è un piccolo dettaglio, però, che (potrebbe) lasciare lo spettatore dubbioso.
Il particolare è che Blood Story non è un film originale, ma “solamente” un remake.
Di quelli fatti bene, coinvolgenti e a tratti spaventosi, ma che segue le orme registiche del film originale, a volte, quasi come fosse una carta carbone.
In principio, nel 2009, fu “Lasciami entrare”, del regista svedese Tomas Alfredson a far parlare positivamente la critica.
Oggi, nelle sapienti mani del regista di Cloverfield, Matt Reeves, “Lasciami Entrare” è diventato “Blood Story”.
E, vi assicuro, che cambia veramente poco nella direzione del film e nei contenuti.
Owen, un bambino solitario e infelice, riesce a instaurare una bella amicizia con Abby, una ragazzina dodicenne da poco venuta ad abitare nel suo triste stabile nella cittadina del New Mexico.
La sua nuova amica riuscirà a consolarlo e a donargli anche la forza per affrontare, quotidianamente, tutte le sofferenze di un habitat scolastico caratterizzato da violento bullismo.
Il canovaccio del film ruota attorno all’esistenza di questi due piccoli protagonisti, e fa della loro vita e della loro infelicità il perno emotivo su cui costruire tutta la vicenda soprannaturale del film.
L’horror di Blood Story è dunque diverso, di quelli che scelgono una sceneggiatura seria e profonda in cui incastonare gli incubi quotidiani di tutti noi.
Abby non è una ragazzina normale, anche se forse vorrebbe esserlo. Il suo rapporto con l’uomo che abita con lei non è paterno.
Le verità durante il film si riveleranno tramite scene forti e emozionanti che, rispetto al film originale, non lesineranno nel mostrare orridi effetti speciali.
Nel remake di Reeves il sangue è più esplicito, e quello che nel film originale era veicolato sotto suggerimenti emotivi, nella pellicola americana spesso è mostrato in modo esplicito.
Forse questa è l’unica vera differenza rispetto al film svedese. Alcuni potranno pensare che mostrare più gore potrebbe essere un espediente per portare al cinema più teenager, ma, a conti fatti, almeno è una scelta registica che pone qualche lieve differenza rispetto a “Lasciami Entrare”.
“Blood Story”, al di là della pubblicizzata critica positiva dello scrittore Stephen King, è davvero un buon film horror, che nasce con l’intenzione di narrare il mondo del soprannaturale accostandolo a quello della vita normale.
Dall’unione di due esistenze così differenti, quella di Owen e di Abby, nasce un rapporto amichevole che fa scorgere quanto poi le diversità siano un concetto inutile, soprattutto se contraddistinte da problemi esistenziali a cui porre rimedi unendo le proprie forze. Un destino incrociato quello dei due protagonisti.
Durante la visione del film si ha quasi la sensazione che sia stata la sceneggiatura a creare un film horror, e non il contrario.
Nessuna forzatura quindi: il sangue mostrato, sebbene in quantità maggiore rispetto alla pellicola originale, anche stavolta non crea attrito con la naturale evoluzione della storia.
Una storia sicuramente da farsi raccontare dentro un cinema, per ricordarsi che il bistrattato genere horror spesso riserva delle gradite sorprese cinematografiche.
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